IL RICORDO DI MONS. ALFREDO BATTISTI NEL CENTENARIO DELLA NASCITA.

Giorni fa ricorrevano cento anni dalla nascita di mons. Alfredo Battisti, arcivescovo emerito di Udine. Infatti, era nato a Masi (Padova) il 17 gennaio 1925. Sacerdote dal 1947, poi vicario generale della diocesi di Padova, mentre il 25 febbraio 1973 è stato ordinato arcivescovo di Udine, incarico che ricoprì fino ad ottobre 2000, per ritirarsi poi presso il Santuario della Madonna Missionaria di Tricesimo. Morì il 1° gennaio 2012 ed è sepolto nella cripta della Cattedrale di Udine.

Il suo episcopato udinese è durato per ben ventisette anni, a partire da quando è divenuto vescovo nella nostra Cattedrale nel febbraio 1973. Desiderò che questa cerimonia si tenesse in Friuli, perché volle così diventare vescovo per la sua nuova Chiesa, quella di Udine, erede del Patriarcato di Aquileia, mettendosi così al suo servizio prima ancora di essere un’autorità. Sapeva che quella di Udine era una grande diocesi, ma difficile da guidare, con molte parrocchie e molti sacerdoti, con diverse sensibilità culturali, a partire da quella friulana, per poi spaziare in quelle slovena e tedesca. Perciò era consapevole di quanto fosse importante per i friulani la loro lingua, che poi ebbe ad impararla, valorizzandola e difendendola in ogni sede istituzionale e chiedendo perfino che diventasse lingua liturgica. Attento alle esigenze del suo popolo si impegnò, oltre che sul piano spirituale e pastorale, anche dal punto di vista sociale e culturale, avendo a cuore i problemi della pace, del mondo del lavoro, dei territori della nostra montagna, che già allora si stava spopolando. Riteneva necessaria l’elevazione culturale della gente friulana, impegnandosi in prima persona per l’istituzione della nuova Università del Friuli, per creare così i presupposti per il progresso sociale ed economico di questa terra, rallentando così il triste fenomeno della grande emigrazione in atto. Sosteneva che Friuli doveva “mantenersi fedele al passato, ma aperto al futuro, per orientare così il cammino di un popolo sulle strade della storia”. Viene prevalentemente definito il “vescovo del terremoto” e ciò corrisponde a verità, ma prima di tutto è stato il vescovo che ha dato attuazione al Concilio Vaticano II°, promuovendo anche con il Sinodo diocesano il rinnovamento della Chiesa friulana, chiamando i laici a nuove forme di partecipazione ecclesiale. Le sue omelie in Cattedrale, ma anche nelle più sperdute località della diocesi, che ha continuamente visitato in lungo e in largo, erano sempre coraggiose ed entusiasmanti; interrogavano e provocavano le coscienze, tant’erano di una visione quasi profetica e di profondità biblica e teologica.

Era un lungimirante, coraggioso, guardava cioè al futuro non solo ecclesiale, ma anche della società in generale, attento come era alle necessità del suo popolo. Questi erano per lui carismi naturali; parlava con cuore aperto al clero e ai fedeli, anche se si trattava di discorsi impegnativi, sempre precisi nella forma e strutturazione. Infondeva costantemente speranza, virtù che va richiamata proprio in quest’anno del Giubileo dedicato alla speranza, come voluto Papa Francesco, nell’intento di risollevarci, tramite essa, dalle tante crisi e guerre che attraversano il mondo contemporaneo.

La speranza cristiana mons. Battisti l’aveva già sapientemente tratteggiata nel suo libro “Luce della speranza” venuto alla stampa nel 1982, ma l’ha abbondantemente riversata tra le popolazioni del Friuli colpite dal terremoto del 1976, durante le sue continue ed instancabili visite in quelle terre disastrate. Nei cimiteri da Gemona a Maiano, Buia, Trasaghis ed altri ancora, di fronte a centinaia di bare di persone decedute a causa di quel terribile sisma, con case, chiese e paesi distrutti, egli sapeva infondere sentimenti di speranza cristiana alle popolazioni così duramente colpite. Non era certamente cosa facile per chiunque un compito del genere, ma il nostro arcivescovo trovò la forza per farlo, sorretto dalla sua profonda conoscenza delle Sacre Scritture e dalla sua costante preghiera, affinché Dio gli fornisse ispirazione e coraggio.

La speranza di cui egli parlava era quella cristiana, così come ce la propone il Vangelo il quale -sono parole sue- “narra che anche Cristo è stato coinvolto in due scosse di terremoto: la prima alle tre del pomeriggio del Venerdì Santo ed è stato il segno della sua morte; la seconda scossa all’alba del mattino di Pasqua ed è stata il segno della sua Risurrezione. La tomba vuota di Cristo, scoperchiata dal terremoto, getta luce pasquale su tutte le tombe. Perché quanto è vera la Sua risurrezione, altrettanto certa è la nostra”. Ma dopo il grande lutto di quei giorni tristi, non mancarono le sue puntuali ed altrettanto coraggiose indicazioni sulla ricostruzione e la rinascita di questa grande parte del Friuli. Paesi e comunità già provate dalle altrettanto dolorose esperienze di due guerre mondiali, dalle pesanti servitù militari, dalla mancanza di lavoro e dalla piaga dell’emigrazione.

Ricostruzione, a suo avviso, innanzitutto delle fabbriche affinché riprendesse il lavoro, quindi delle case per le famiglie e da ultime - cioè senza privilegi e precedenze- le chiese provvisoriamente ospitate nelle case di comunità, realizzate grazie ai gemellaggi da lui promossi con le diocesi italiane e straniere. La speranza cristiana si tramutò fin da subito e negli anni a seguire in grande solidarietà umana; la ricostruzione ebbe un seguito sufficientemente veloce e corretto, tanto da diventare un esempio a livello nazionale e non solo.

Di opere sono state fatte veramente tante, di tipo civile quali abitazioni, municipi, scuole, ospedali, infrastrutture stradali e ferroviarie, sono nate la Protezione Civile e l’Università del Friuli, l’emigrazione si è allora di molto rallentata, anche le servitù militari sono diminuite. Mentre tutto ciò procedeva, mons. Battisti si augurava che la ricostruzione non fosse solo di tipo materiale, ma anche morale, etica, spirituale e religiosa.

Purtroppo la sua aspirazione si è solo parzialmente realizzata, tant’è che egli da ultimo ha indirizzato al popolo friulano un suo ultimo appello, quasi fosse un testamento morale di intenso spessore, simbolicamente anche spirituale: “Vecje anime dal Friul no sta murì”. Ecco perché il centenario della sua nascita (nel tredicesimo anno della sua scomparsa) non può essere dimenticato, soprattutto per indicare alle nuove generazioni un recente grande personaggio della Chiesa e della storia friulana.

Luigi Papais

Dove e quando:
mons. Alfredo Battisti (1925-2012)