Il 3 febbraio del 1992 moriva don Emilio de Roja lasciando un grande vuoto nella Osoppo, nella città di Udine e nell’intero Friuli. Per ricordarlo riproponiamo alcuni stralci di un articolo che risale ad alcuni anni fa, scritto in occasione del trentennale della sua scomparsa.
La vita di don Emilio era tutta dedicata alla comunità di giovani e adulti accolta presso la Casa della Immacolata di via Chisimaio a Udine, una “cittadella della Carità” che egli aveva costruito, ampliato, abbellito in tanti anni di fatiche. Don Emilio però rivestiva un ruolo che andava ben oltre la sua opera di carità: costituiva infatti un punto di riferimento per la Chiesa ma anche per la realtà civile, in un intreccio che non è semplice cogliere e descrivere.
Un dato è certo: i segnali della sua presenza si percepiscono ancora oggi a oltre tre decenni dalla sua scomparsa. Anzi non mancano occasioni in cui si comprende che certi punti nodali che la società friulana ha affrontato debbono a lui un ruolo non secondario.
Ricordiamo almeno le opere più importanti della sua vita.
1) l’attività durante la Resistenza, in cui si trovò a rivestire un ruolo di mediatore con i tedeschi, come uomo di fiducia dell’Arcivescovo di Udine, mons. Giuseppe Nogara, e anche dei partigiani, sia della Osoppo, che della Garibaldi; sono noti gli episodi in cui don Emilio riuscì con un clamoroso sotterfugio a liberare i comandanti della Osoppo incarcerati oppure la notte della trattativa con il comandante tedesco alla vigilia della Liberazione di Udine che lo portò a gestire le carceri di via Spalato;
2) la coraggiosa e ineguagliabile attività pastorale, umana e sociale avviata nell’immediato dopoguerra nel poverissimo quartiere udinese di San Domenico e che si concretizzò dopo qualche anno con l’avvio della scuola di formazione professionale (Scuola d’arti e Mestieri) e poi subito dopo la costruzione della prima Casa dell’Immacolata dove erano ospitati i ragazzi che frequentavano i corsi di formazione professionale;
3) la realizzazione della nuova sede della Casa dell’Immacolata, con la grande azione educativa nei confronti dei ragazzi, spesso difficili e che da don Emilio trovavano un’alternativa al carcere;
4) la grande testimonianza offerta da don Emilio e dai suoi ragazzi in occasione del terremoto del 1976: per alcuni mesi questi giovani furono a tempo pieno ospitati presso il palazzo Arcivescovile di Udine, dedicandosi al faticoso impegno di scaricare le grandi quantità di aiuti materiali che arrivarono da ogni parte del mondo, aiuti che dovevano essere poi distribuiti nelle località terremotate. Don
de Roja, chiamato dall’Arcivescovo Alfredo Battisti a gestire la situazione del post terremoto, si dimostrò capace di organizzare e gestire al meglio ciò che la generosità di tutto il mondo fece arrivare: fu clamoroso il gesto di finanziare gli Alpini dell’ANA venuti da tutta Italia per aiutare con il loro lavoro gratuito le famiglie terremotate. I soldi (si trattava di 500 milioni di lire di allora) servirono per acquistare i materiali e le attrezzature per i cantieri;
5) il sostegno che diede don Emilio alla grande intuizione del dottor Vladimir Hudolin, neurologo e psichiatra croato, che aveva inventato un metodo per la cura degli alcolisti: in quegli anni sorsero decine di club che aiutarono migliaia di persone a liberarsi dalla schiavitù dell’alcol;
6) il sostegno che diede a tanti sacerdoti in difficoltà: ci sono innumerevoli racconti a tal proposito. Clamoroso fu il “blitz” organizzato da don Emilio con i suoi ragazzi con cui vennero liberati due sacerdoti che si erano lasciati attrarre da una “santona” che di fatto li teneva prigionieri;
Sono le cose importanti ed eclatanti che Don Emilio ha realizzato, ma sappiamo che molte altre ci sono state, perlopiù compiute nel più rigoroso silenzio, una delle caratteristiche che colpiscono di lui. Da ultimo il capitolo del rapporto che intercorreva, (che intercorre) fra don Emilio e la Osoppo. Anche qui l’intreccio non è semplice da cogliere. Molti furono i sacerdoti che si coinvolsero nella struttura clandestina delle Brigate Osoppo. Ricordiamo don Aldo Moretti, che attuò l’intuizione dell’Arcivescovo Nogara, di costituire una forza armata in grado di combattere in tedeschi, ma anche di costituire un deterrente in grado di opporsi ai partigiani comunisti Ricordiamo ancora don Ascanio De Luca, vero e proprio comandante militare, determinato e deciso, don Redento Bello, sostegno per tanti giovani che si erano trovati a combattere una battaglia tremenda, così come il cappuccino Padre Generoso, reduce di Russia, oppure lo Stimmatino padre Alberto Pancheri, grande organizzatore della Osoppo nel Gemonese. Assieme a loro decine di sacerdoti che ebbero ruoli importanti e decisivi per le sorti di tante borgate del Friuli. Ma la sintonia che si istaurò fra don Emilio e gli osovani, fu un caso unico. Viene ovviamente da chiederci il perché. Quando abbiamo posto la domanda a qualcuno dei protagonisti di quegli anni, la risposta data era perlopiù disarmante: “Perché don Emilio….era don Emilio”.
Don Emilio a mio avviso aveva compreso, essendone stato protagonista in moltissime situazioni difficili, il ruolo straordinario ed essenziale svolto dalla Osoppo per la libertà del Friuli, ma aveva compreso anche le terribili conseguenze della guerra e degli strascichi di odio che si erano innervati nella realtà friulana. Si trattata di voltare pagina, chiudere per quanto possibile le questioni che c’erano state, cercando di non rinfocolare gli animi, e aiutare, soprattutto i giovani, a ripartire, a ricostruirsi una vita. Comprendeva i grandi meriti della Osoppo, ma al tempo stesso vi era la necessità di far vincere la logica del perdono: in caso contrario sarebbe stato serio il rischio di far ripartire la terribile realtà del conflitto, così come anche oggi vediamo manifestarsi anche in paesi non lontani dal Friuli.
Don Emilio manifestava un affetto e un legame fortissimo con gli osovani: ogni anno si ritrovavano presso la Casa dell’Immacolata per festeggiare il Natale. Vi erano parlamentari, professionisti, operai, industriali e gente semplice del popolo: erano tutti stati osovani e condividevano gli stessi valori. Capivano che don Emilio sapeva quanto avevano sofferto, perché aveva sofferto anche lui. Capivano che stava con tutti loro ed era il primo a mettersi in moto perché l’epopea della Osoppo rimanesse più viva che mai. Ma dalla sua bocca non sarebbe mai uscita una parola contro qualcuno, un gesto di rivalsa, di stizza o di sfogo e tanto meno uno scritto (non credo di sbagliarmi se dico che non vi è alcuno scritto, lettera, o articolo di don Emilio sui fatti della Resistenza, a parte il libro Preti Patrioti che è una pubblicazione scritta da un sacerdote e che racconta le vicende di altri sacerdoti).
La gente della Osoppo ha compreso questo messaggio: lo hanno compreso le persone che hanno assunto grandi responsabilità civili così come tanta gente semplice.
Nel silenzio don Emilio ha sorretto e sostenuto la Osoppo, insegnando a ricordare quando si doveva ricordare e a mantenere il silenzio quando andava mantenuto. Al tempo stesso ha insegnato a voltare pagina, con il fine di costruire sempre, partendo dal buono che vi è in ognuno senza fermarsi di fronte ai difetti, agli errori, alle colpe.
Ci sembra un insegnamento quanto mai attuale che, almeno noi, abbiamo il dovere di ricordare.
Roberto Volpetti