IL 50° ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO IN FRIULI: UNA STORIA DI SUSSIDIARIETA' APPLICATA

La ricorrenza del 50° anniversario del terremoto in Friuli ci tocca da vicino: come tutti i friulani ricordiamo questa tragedia che ha colpito la vasta zona che va dal Cividalese alle vallate della Provincia di Pordenone e dalla Carnia fino al Medio Friuli. Celebriamo soprattutto questa inesausta capacità che hanno avuto i friulani di ricostruire le proprie case, le chiese, gli edifici pubblici, le fabbriche, i laboratori, i negozi, gli alberghi, gli edifici agricoli e le infrastrutture. Tutte le comunità locali toccate dal sisma si sono attivate in questi giorni per ricordare i propri morti, per rinnovare il ringraziamento per la straordinaria solidarietà giunta cinquanta anni fa da ogni parte del mondo. E’ una grande soddisfazione ricevere il plauso del Presidente Mattarella e della Presidente Meloni.

Innumerevoli anche le pubblicazioni e le mostre: fra tutte segnaliamo le due allestite dal Messaggero Veneto una a Gemona per ricordare i cinquanta anni del terremoto e l’altra a Udine per celebrare gli ottanta anni che il quotidiano locale festeggia in questi giorni, con l’orgoglio di aver saputo interpretare l’animo della comunità regionale e delle comunità locali in anni difficili.

Cosa possiamo aggiungere noi dell’APO rispetto ai tanti interventi di questi giorni? Consentiteci una messa a fuoco che ci sembra opportuna. Il Corriere della Sera del 5 maggio conteneva in allegato un volume intitolato “50 anni fa il terremoto del Friuli” e come sottotitolo “Catastrofe, sussidiarietà e nascita di un modello civile” scritto da Pier Luigi Vercesi, una delle penne più affermate del quotidiano milanese. Nel libretto vengono riportati gli interventi di vari responsabili politici del tempo, (Diego Carpenedo, Giancarlo Cruder, Roberto Dominici, Francesco Lanzerotti), politici di oggi, (Massimiliano Fedriga, Riccardo Riccardi, Alberto Felice De Toni) esponenti del mondo imprenditoriale (Giovanni Fantoni, Graziano Tilatti) ed altri testimoni di quelle giornate.

Ciò che Vercesi mette in evidenza è il DNA che ha consentito che quella del Friuli sia considerata l’unica ricostruzione post sisma sostanzialmente riuscita, ovvero la applicazione ottimale del principio di sussidiarietà. Così scrive Vercesi: “Il principio di sussidiarietà prevede la distribuzione dei poteri in base al criterio del bene comune richiesto dalla specifica funzione. Infatti, se da una parte stabilisce che il livello superiore di governo intervenga solo quando quello inferiore non è in grado di agire da solo, dall’altra, può prevedere l’intervento del livello più alto, in un’ottica di “leale collaborazione”. In Friuli questo principio non è terorizzato, è applicato. La ricostruzione è gestita localmente con il coinvolgimento diretto di cittadini, amministratori comunali, Chiesa e realtà produttive. Non si tratta di una strategia amministrativa ma di una visione politica: la comunità locale non è un destinatario passivo di aiuti, bensì il soggetto principale della ricostruzione”.

Il libretto fornisce alcuni interessanti esempi e testimonianze in proposito e credo sia un prezioso documento che dovrebbe essere studiato e approfondito, soprattutto oggi di fronte alla crisi in cui ci dibattiamo e che vede il venir meno sempre più accentuato di soggetti sociali attivi e propositivi. Se questo è un primo aspetto che ritengo di sottolineare, vi è un secondo strettamente legato: la classe dirigente che ha reso possibile questa impostazione “sussidiaria” della ricostruzione, determinandone la sua riuscita, è senz’altro di estrazione osovana. Lo abbiamo già altre volte affermato, facendo i nomi e cognomi: da Antonio Comelli a Mario Toros, da Piergiorgio Bressani a Giuseppe Tonutti, da Enzo Moro a Emilio Del Gobbo, da Giacomo Romano a Titta Metus, fino alle decine di sindaci e amministratori comunali, senza dimenticare funzionari delle istituzioni pubbliche e private. Tutti si erano formati le ossa in gioventù nelle brigate osovane. Certo quasi tutti provenivano dal mondo cattolico, formati alla Scuola della Dottrina Sociale della Chiesa, ma la prova del fuoco la ebbero nei tragici mesi che vanno dal settembre del 1943 al maggio del 1945, passando per prove che oggi ci sembrano storie degne di romanzi di guerra o di spionaggio.

Questi ragazzi, allora poco più che ventenni, seppero dar prova di aver compreso e messo in pratica gli insegnamenti degli ottanta anni precedenti, che videro la Prima guerra mondiale e la dittatura fascista, ma anche la grande apertura fornita dalla Enciclica “Rerum Novarum” ed il conseguente fervore di iniziative e di opere sociali, e la seppur breve esperienza del Partito Popolare,

A questa classe dirigente “osovana” noi oggi vogliamo esprimere un ringraziamento che vuole soprattutto ricordarne la grande testimonianza, che ci ha consentito di ricostruire tutto ciò che il sisma aveva distrutto.

Roberto Volpetti

Dove e quando:
6 maggio 1976 - 6 maggio 2026
Aprile 1962: Antonio Comelli sfila a Udine con il fazzoletto verde in occasione del congresso nazionale della Federazione Italiana Volontari della Libertà