Giorgio Morelli “Il Solitario”. Storia di un giornalista partigiano.

Ricorre in questi giorni il centenario della nascita di Giorgio Morelli, nato ad Albinea (Reggio Emilia) il 29 gennaio 1926 e morto il 9 agosto 1947 a soli 21 anni a seguito delle ferite riportate in un agguato subito l’anno precedente. Giorgio Morelli, nome di battaglia “Il solitario” cominciò la sua attività nel 1943, giovane studente, scrivendo su ciclostilati clandestini, i Fogli Tricolori. Nella primavera del 1944, diciottenne, entrò nella Brigata partigiana Garibaldi, dalla quale uscì all'inizio del 1945 per passare alla Brigata "Italo", delle Fiamme Verdi, fondata da don Domenico Orlandini operante nelle province di Reggio Emilia e Modena.

Con l’amico Eugenio Corezzola e sotto la guida di Giuseppe Dossetti, nella primavera 1945 fonda “La Penna” giornale delle Fiamme Verdi che, conclusa la guerra, diventerà “La Nuova Penna”. Il giornale si caratterizza per uno spirito assoluto di giustizia e di sete di verità e per questo, giornale e promotori, subiranno forti intimidazioni compreso l’attentato che si rivelerà fatale per “Il Solitario”. Morelli si prefisse l'obiettivo di scoprire la verità sui numerosi delitti politici, insabbiamenti e depistaggi commessi dai comunisti reggiani nella provincia.

Dopo solo sette giorni dall'uscita del primo numero (datato 23 settembre) il giornale attirò gli strali del Partito comunista reggiano che definì la pubblicazione come "l'organo dei nemici del popolo". Morelli e Corezzola non si fecero intimidire e continuarono nelle loro inchieste, ma il giornale ebbe vita assai difficile: la tipografia che lo stampava fu minacciata e danneggiata, e per continuare ad uscire dovette essere stampato presso i Padri Benedettini di Parma.

Una delle denunce che costeranno la vita a Giorgio Morelli sarà quella contro l’assassinio di don Umberto Pessina, avvenuta il 18 giugno 1946. Scrisse allora Morelli: “Don Pessina! E’ il decimo… Adesso basta, basta, basta! Hanno ucciso don Pessina perché ne sapeva troppe, ma l’hanno ucciso soprattutto perche era un prete. Ma chi l’ha ucciso? Chi ha dato l’ordine di ucciderlo?(…) La nostra terra si macchia ancora di sangue innocente. Gli uomini della notte continuano ad essere uomini liberi.” Altrettanto pesante fu la vicenda della morte del "Comandante Azor", il partigiano cattolico Mario Simonazzi, scomparso senza lasciare traccia nel marzo 1945 e il cui corpo venne ritrovato nell’agosto successivo sepolto in un bosco, ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Le indagini languivano e solo dopo il giugno 1947 ripresero e si conclusero con la celebrazione di un processo in cui vennero confermate le denunce di Giorgio Morelli. Alcuni anni dopo, infatti, una donna che aveva assistito all’assassinio di Mario Simonazzi, ebbe il coraggio di testimoniare. Al processo finirono tre partigiani comunisti: nel processo di primo grado, nel 1951, due imputati furono condannati a 15 anni di reclusione mentre nel successivo processo di appello del 1954, uno dei due fu assolto per insufficienza di prove. Rimase un solo condannato, come esecutore materiale. Non furono individuati i mandanti. Gli atti processuali sono scomparsi.

Il 27 gennaio 1946 Morelli rimase ferito in un agguato ad opera di ignoti che, nottetempo, gli spararono sei colpi di pistola, mentre rientrava nella sua abitazione di Borzano, una frazione di Albinea. Riuscì a scampare all'attentato, però uno dei proiettili ferì un polmone. Morelli tornò al lavoro, però in poco tempo si ammalò di tubercolosi. Trasferito in un sanatorio di Arco, non riuscì a guarire dalla malattia e morì il 9 agosto 1947, accudito dalla sorella. Queste le sue intenzioni prima di morire: “Alla mia tomba basta un piccolo fiore di campo che nasce da solo fra i sassi. Alla mia memoria renderete omaggio se vivrete anche voi come me, sempre uomini nella coscienza, sempre giovani nel cuore”.

Dove e quando:
Giorgio Morelli (1926-1947)