Ci ha lasciato all'età di 93 anni, Alida (ma da tutti conosciuta come Antonietta)
Sguazzin. La notizia ci ha raggiunto in chiesa a Canebola mentre stavamo
celebrando la Messa in ricordo dei patrioti della Prima Brigata Osoppo
uccisi alle malghe di Porzus. Ci sono ritornati alla mente gli incontri
con questa cara persona che ha portato con se' tutta la vita i segni di
una grande sofferenza, seppure vissuti con compostezza e dignità.
La famiglia Sguazzin fu infatti una delle più colpite dalla guerra prima
e dalla Guerra di Liberazione poi: ben quattro fratelli maschi di Antonietta persero la
vita in tragiche circostanze.
Riproponiamo un articolo pubblicato sul notiziario Pai Nestris Fogolars del 31 marzo 2022
in cui abbiamo ripercorso la vita di Antonietta e le sofferenze che
lei e la famiglia hanno vissuto.
ALIDA (ANTONIETTA) SGUAZZIN
Non aveva ancora compiuto tredici anni Alida quando le toccò assistere ad una scena che ancora oggi ricorda con le lacrime agli occhi.
Lei, che tutti ancora oggi chiamano Antonietta, è l’ultima di nove fratelli e sorelle nati fra il 1910 e il 1932, figli di Giuseppe Basilio Sguazzin e sua moglie Angelica: una famiglia originaria di San Giorgio di Nogaro, ma trasferitasi a Mereto di Tomba dove Giuseppe Basilio era diventato amministratore della azienda agricola di proprietà della famiglia Rosselli Della Rovere.
Dei nove figli quattro erano femmine e cinque maschi e con una piccola particolarità: i nomi di tutti iniziano con la lettera “a”… Alcuni nomi poi sono proprio inusuali: Azelmo e Azelma, Assuero, Aquilino e poi ci si mettono anche gli impiegati dell’anagrafe a complicare le cose per cui Amelio diventa Ameglio…
Tutti i figli sono fieri di appartenere a quella famiglia molto unita e che conduceva una vita semplice e dignitosa, si dimostrano persone solide: alcuni si sposano, altri imboccano carriere di lavoro con responsabilità..
Giunge la guerra e i maschi sono tutti in età di chiamata alle armi. Albino dal 1937 si era arruolato nella Guardia di Finanza e nel novembre del 1939 viene assegnato alla Legione di Bari nella Compagnia delle isole italiane dell’Egeo. Lì il 25 febbraio 1941 “in ricognizione contro il nemico sbarcato sull’isola (..) ingaggiava coraggiosamente l’impari lotta e si batteva sino a quando colpito al petto da una raffica di mitragliatrice immolava la vita per la Patria.” Il linguaggio militare fa un po’ sorridere anche quando si parla di cose tragiche, come la morte di un ragazzo di neppure ventitré anni. E’ il primo duro colpo per la famiglia…
Seguono gli anni della guerra, con l’armistizio, l’annessione al Litorale Adriatico dei tedeschi, la resistenza..
Azelmo, classe 1912 si è fatto una solida esperienza negli alpini: è entrato nel 1933, ha fatto la carriera di sottufficiale, ha fatto la guerra sul fronte francese, poi in Russia con l’ARMIR. “Fisico robusto e prestante (….) intelligente, colto, preparato, appassionato della sua professione, ha dato tutto se stesso per il buon andamento del servizio” queste sono le note caratteristiche che i suoi ufficiali gli attribuiscono. E’ sposato con Marchina, una ragazza incontrata a Bassano del Grappa e dalla quale avrà due figli.
Un uomo così coglie il dramma che sta vivendo la sua Patria e trova naturale entrare nella Osoppo, prende il nome di battaglia di Bruno: diventa comandante della Osoppo nel Gemonese che ha la propria base a Ledis. Poi viene la stagione delle Zone Libere: l’estate del 1944 è un fiorire di entusiasmo perché i tedeschi sembrano ormai alle corde e gli Alleati stanno per arrivare. Ma in settembre ci fu un brusco risveglio: come un niente la Zona libera orientale viene spazzata via e gli osovani devono rifugiarsi dove possono. Nimis, Attimis e Faedis vengono bruciate, i giovani della Osoppo fuggono verso i monti. A Valle di Faedis il 29 settembre uno degli scontri finali prima che gli osovani potessero disperdersi e scampare così alla cattura. Azelmo probabilmente è fra gli ultimi a resistere per consentire agli altri di fuggire e per lui non c’è scampo.
Amelio è il fratello gemello di Azelmo, dopo la scuola militare di paracadutismo entra nella Polizia, si sposa ed ha tre bambini, abita a Sant’Osvaldo e lavora in Questura a Udine. Anche lui inizia a dare una mano alla Resistenza: informazioni, copie di documenti. Lo scoprono e tentano di catturarlo nel suo ufficio: scappa gettandosi dalla finestra e da lì via verso i monti, nella zona di Attimis: Gianni è il suo nome di battaglia; diventa il capo della Polizia partigiana accanto al comandante della Osoppo della Sinistra Tagliamento Manlio Cencig.
Dirà di lui Federico Tacoli: “Conobbi Gianni nell’agosto del 1944 a Forame (Attimis) presso il Comando della 1^ Brigata Osoppo, dove svolgeva compiti di polizia, data la professionalità (…) Nella prima decade di settembre, mi pare l’8, quando Manlio Cencig “Mario” andò a prendere il Comando di tutte le formazioni di montagna dell’Osoppo, lo seguimmo ambedue, prima a Pielungo e poi a Tramonti di Sopra.”
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Anche da lì però bisogna fuggire, rifugiandosi fra gli innumerevoli borghi della Val Tramontina, braccati dai tedeschi. Il 18 dicembre il gruppo nel quale vi sono sempre Federico Tacoli e Amelio si rifugia ad Arba in due fienili. Ma vengono segnalati e presto l’abitato è circondato: segue uno scontro a fuoco nel corso del quale Amelio viene ucciso da una sventagliata di mitra e gli altri fatti prigionieri. Anche ad Amelio verrà conferita la medaglia d’argento.
I due figli maschi rimasti Aquilino (classe 1924) e Assuero (classe 1927) sono anch’essi impegnati nella resistenza osovana. Aquilino rientra a casa a Mereto nel marzo del 1945, ma può fermarsi poco perché la loro abitazione è tenuta sotto sorveglianza e di frequente arrivano i tedeschi a perquisire. Si sposta quindi a Percoto di Pavia di Udine dove viene ospitato da amici sicuri. Il 29 aprile accade un incidente: parte un colpo dallo Sten maneggiato da un suo amico. Dicono un banale incidente, un atto assolutamente accidentale, ma per Aquilino non c’è nulla da fare.
Alida scuote un po’ la testa per questo strano incidente, ma di più non dice.
Alida racconta il dramma di quei giorni, della mamma cui venne tenuta nascosta per qualche giorno la tragica verità che quattro dei suoi figli erano morti: solo il papà e le sorelle grandi sapevano. Racconta del ritorno del padre la sera del funerale di Aquilino, quando ormai non si poteva più nascondere… e dovette dire alla sua amata Angelica quello che era accaduto… e poi il dramma di questa mamma che non poteva accettare questa verità così tragica.
Siamo seduti nella bella casa di Alida dove vive accanto alle sue amate nipoti; sono seduto a fianco a lei, guardo il suo volto, i suoi occhi che si velano di lacrime quando accenna al racconto di quei tragici fatti e penso alle mamme e alle mogli che anche in questi giorni si vedranno recapitare la notizia della morte di un proprio figlio o del proprio marito.
Mi viene un po’ di tristezza, ma resto più colpito dalla serenità di questa donna: non una parola di rabbia, di amarezza. Racconta che ha fatto tanto nella sua vita, ha amato tanto e che ora però ci sono le persone che vedono di lei. La sgridano le sue nipoti: “Hai fatto tanto per noi e vuoi che ora non ti aiutiamo?”.
Penso anche a don Emilio de Roja: proprio in questi giorni è in corso a Udine la mostra dedicata a lui. Anche lui ebbe tre fratelli morti nella carneficina della guerra. Erano soldati della Wermacht in quanto cittadini austriaci, ma il dolore della perdita di un fratello è il medesimo, sia soldato tedesco oppure un patriota della Osoppo.
Grazie Alida per questa testimonianza che ci offri oggi in questo drammatico 2022, così lontano da quei fatti eppure così vicino.
Roberto Volpetti