CERIMONIA DI COMMEMORAZIONE DEGLI OSOVANI UCCISI AL BOSCO ROMAGNO

CERIMONIA DI COMMEMORAZIONE DEGLI OSOVANI UCCISI AL BOSCO ROMAGNO

24 giugno 2012


Intervento del prof. Paolo Pezzino


L'uccisione, alle malghe intorno a Porzus, e in altre località nei giorni successivi, di un gruppo di partigiani delle formazioni autonome "Osoppo", da parte di un gruppo di gappisti garibaldini, avvenuta a partire dal 7 febbraio 1945, è uno degli episodi più gravi nella storia della Resistenza italiana.

Si tratta di un episodio emblematico dei contrasti interni alla resistenza che è stato a lungo ignorato, ridimensionato nei suoi gravi aspetti criminali, relegato ad una dimensione locale. La cosa ha una spiegazione storica: la Resistenza, insieme all' antifascismo, ha rappresentato il mito fondativo della Repubblica, e da essa sono stati espunti, nelle celebrazioni ufficiali e nelle rievocazioni, i momenti oscuri, che rivelavano una vicenda più contraddittoria e contrastata di quanto il paradigma antifascista ufficiale non volesse (ed anche non potesse) ammettere. Le politiche della memoria, volte a costruire identità nazionali, operano una selezione fra i fatti storici, trattenendo solo quelli funzionali al proprio fine: diversa è naturalmente la finalità della ricerca storica, che alla memoria si rapporta soprattutto come oggetto di studio, e non tanto con finalità pratiche, siano pure queste di alto profilo etico-politico.

La strage dei partigiani osovani evidenzia due questioni fondamentali: che l'unità della Resistenza non fu un dato di fatto scontato e pacifico, ma lasciò spazio a durissimi contrasti interni (presenti anche in altre situazioni, sia pure senza arrivare a simili tragedie); che questi contrasti, in questa particolare zona rappresentata dai territori al confine nord-orientale, investivano in pieno la questione nazionale, e davano spessore alle contraddizioni dell'alleanza fra il Partito comunista italiano e le altre forze antifasciste. La partecipazione alla Resistenza in posizione dominante di un partito comunista destinato a diventare, anche grazie a quella partecipazione, il più forte nel mondo occidentale, fu una delle questioni politiche di fondo, che tuttavia assunse carattere dirompente in quelle zone di confine, sulle quali si allungavano le pretese della Resistenza jugoslava, in un duplice processo di costruzione di uno stato nazionale jugoslavo e di edificazione di un regime cosiddetto di “democrazia popolare”, in realtà di una dura dittatura comunista. E proprio in quella che era la principale cartina di tornasole dell’effettiva volontà di unità nazionale ed antifascista, che rappresentava la linea ufficiale dopo la "svolta di Salerno" del marzo 1944, il Partito comunista italiano contraddisse clamorosamente le proprie posizioni ufficiali, sostenendo a vari livelli le richieste annessionistiche e nazionaliste degli jugoslavi.

Così il rappresentante comunista inviato dalla direzione del PCI dell'Alta Italia a trattare con il IX corpus sloveno che mirava ad un'occupazione il più ampia possibile di territori italiani da parte dei propri uomini, finiva per aderire pienamente a questa tesi, inviando una lettera in tal senso alle divisioni garibaldine e alle federazioni friulane del partito, nella quale si leggeva che "Trieste, come tutti gli italiani veramente democratici ed antifascisti, avranno un migliore avvenire in un paese ove il popolo è padrone dei propri destini, che non in Italia occupata dai nostri alleati anglo-americani. Trieste sarà amministrata dalla maggioranza italiana, in perfetta unione con il popolo fratello sloveno" (si noti che già subito dopo l'8 settembre 1943 in Istria 500-600 italiani erano stati uccisi nelle cosiddette "foibe istriane"). Il 19 ottobre 1944, dopo un incontro fra Togliatti e una delegazione slovena, il primo manifestava in una lettera il proprio interesse a realizzare in quei territori un "regime democratico e progressivo", e prospettava la massima collaborazione con la resistenza slovena, ed il passaggio operativo delle unità partigiane italiane nell'esercito sloveno, passaggio che avvenne effettivamente alla fine del 1944, almeno per quanto riguarda la divisione Garibaldi "Natisone", organizzata in tre brigate con 1500 uomini. La divisione fu inquadrata nel IX corpus sloveno, perse qualsiasi autonomia e fu subito allontanata dal confine italiano.

Fu in questo contesto che le finalità della lotta armata vennero completamente stravolte: le tre guerre che coesistono nella Resistenza - di liberazione nazionale, civile e di classe - in queste zone non hanno trovato alcuna composizione (sia pure faticosamente) unitaria. La questione nazionale e la questione comunista dominarono il campo, fino a schiacciare i patrioti osovani, fermi nella loro volontà di difendere i confini della patria senza rinunciare a combattere il fascismo e l’occupante tedesco.

E’ in questo contesto che va collocata la strage di Porzus: se i vari processi svoltisi non sono riusciti a appurare dal punto di vista giudiziario se sia trattato di un’iniziativa autonoma del comandante dei GAP garibaldini, su eventuale mandato dalla federazione comunista di Udine, o se fosse stata progettata con i vertici friulani delle brigate "Garibaldi" e della resistenza slovena, la più recente ricerca storiografica ha dimostrato che l'eccidio trova spiegazione nella conflittualità fra osovani e garibaldini, innestata dalla opposta valutazione degli interessi e fini ultimi che ognuna delle due parti perseguiva nella lotta armata (nazionali per i primi, internazionalisti per i secondi), e che detonatore della situazione furono non solo le pretese nazionalistiche jugoslave, ma l'appoggio (in seguito mitigato, per considerazioni di tattica politica) che queste ebbero da parte del Partito comunista italiano.

Detto ciò, a me sembra che Porzus e il Nord-Est non rappresentino, per fortuna del nostro paese, tutta l’Italia. L'esito tragico della Resistenza in queste zone (compresa la successiva infoibazione di molti italiani nelle zone occupate dagli jugoslavi) dovrebbe far valutare come l'accordo antifascista, pur fra contraddizioni e ambiguità, sul piano nazionale resse, e consentì all'Italia non solo di sedersi al tavolo delle trattative non esclusivamente come potenza sconfitta, ma di uscire dall’esperienza fascista con un patto fra le nuove forze politiche che trovò poi attuazione nei lavori dell’Assemblea Costituente e nella promulgazione della Costituzione della Repubblica.

Oggi, dopo che nel 2010 le malghe di Porzûs sono state dichiarate bene di interesse culturale dalla Direzione regionale dei beni culturali e paesaggistici del Friuli Venezia Giulia, e soprattutto dopo la visita del Presidente Napolitano il 29 maggio di quest’anno a Faedis, possiamo manifestare la ragionevole speranza che l’eccidio sia stato assunto a pieno titolo, sia pure con qualche persistente sacca di opposizione, nella politica della memoria nazionale. Il presidente Napolitano ha definito la strage “tra le più  pesanti ombre  che siano gravate sulla gloriosa epopea della Resistenza. E io fin dall’inizio del mio mandato dissi di non voler ignorare “zone d’ombra, eccessi e aberrazioni” che non possono oscurare il valore storico del movimento di liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ma vanno ricordate, non rimosse, per rendere giustizia e rispetto a vittime innocenti. E così, solo così, che possono essere sanate le più dolorose ferite del passato: ed è per questo,è in questo spirito, che sono oggi qui con voi.….”,

Credo quindi ci siano le condizioni per porre fine alle denigrazioni e alle falsità contro i caduti, e gli osovani in generale, nel pieno riconoscimento del loro carattere di patrioti antifascisti, e per il definitivo superamento del conflitto di memorie che ha caratterizzato i decenni passati. L’incontro del 2001 fra Giovanni Padoan, già commissario politico della Divisione Garibaldi “Natisone”, e don Redento Bello, cappellano delle Osoppo, indica la strada da seguire: la riconciliazione nel rispetto della verità storica, per la quale, nelle parole di Padoan, l’eccidio di Porzûs e di Bosco Romagno “è stato un crimine di guerra che esclude ogni giustificazione”. Certo, dobbiamo rilevare come manchi ancora una esauriente ricostruzione storica dell’eccidio, come anche recentemente ha sottolineato la prof.ssa Elena Aga Rossi, che lo inserisca nel contesto della Resistenza italiana e dei suoi rapporti interni, della questione comunista, della questione del confine orientale e delle forze che vi operavano, intenzionate a mobilitarsi per evitare l’annessione alla Jugoslavia di ampie porzioni di territorio considerato italiano per storia e per popolazione. Da storico non posso che auspicare che questa ricerca venga promossa e attuata, anche per chiarire definitivamente punti ancora oscuri o ricostruzioni più o meno fantasiose delle cause che portarono all’eccidio.

Ma oggi è soprattutto il tempo della commemorazione dei caduti di Bosco Romagno: ad essi, e al loro martirio, va il ricordo commosso mio personale e di tutti gli italiani che condividono i loro ideali di patria e di libertà.


Bosco Romagno, 24 giugno 2012

Dove e quando:
Bosco Romagno
24 Giugno 2012